Gran parte di coloro che si occupano di “green building”, e che seguono con attenzione gli avvenimenti che riguardano il settore, saranno a conoscenza dell’azione giudiziaria avviata la settimana scorsa negli Stati Uniti nei confronti dell’USGBC.
Alcuni dubbi sulle accuse mosse all’USGBC
In considerazione dell’importanza e della delicatezza della notizia, abbiamo immediatamente riportato sul blog l’informazione senza, tuttavia, addentrarci nei dettagli delle contestazioni che, a nostro avviso, meritavano una qualche riflessione preliminare.
Ad una prima lettura dell’atto giudiziario, riteniamo utile approfondire l’argomento, oggi e nei prossimi post, anche in considerazione di alcune lacune, imprecisioni e contraddizioni che emergono dal contenuto delle contestazioni.
Gli argomenti degli attori
Le censure mosse dal Sig. Gifford nei confronti dell’ USGBC davanti la Corte Distrettuale di New York sono le seguenti:
- monopolio e posizione dominante per mezzo di strumenti illeciti;
- concorrenza sleale;
- pratiche commerciali ingannevoli;
- pubblicità ingannevole;
- frode mediante l’uso di strumenti telematici; e
- indebito arricchimento.
L’ammissibilità dell’azione
Prima di addentrarci nell’esame delle singole contestazioni, è opportuno un breve accenno introduttivo. Un punto, in particolare, ci pare degno di nota e riguarda l’ammissibilità dell’azione. Ai sensi della normativa statunitense, prima che il giudice valuti il merito di una class action, questi dovrà accertare che: a) sussistano elementi che accomunano le differenti posizioni dei soggetti che agiscono in giudizio; b) sussistano elementi di fatto e di diritto che accomunano le contestazioni dei soggetti che agiscono in giudizio; e c) gli attori indicati a capo dell’azione svolgano effettivamente un ruolo di rappresentanza di una categoria o di una classe portatrice di un interesse comune.
Nel caso in questione, ci pare che le posizioni dei soggetti ricorrenti (i.e. semplici consumatori, professionisti, progettisti, etc.) possono essere difficilmente ricondotte ad unità, e che i danni asseritamente patiti da questi soggetti siano, anch’essi, di natura differente. Il motivo per cui ci soffermiamo su questo aspetto risiede nel fatto che, se viene meno l’analogia delle posizioni e la corrispondenza degli interessi lesi, la forma della class action non potrà essere accettata. L’azione giudiziaria si intenderà allora intentata personalmente dal sig. Gifford.
A questo punto, il quesito a cui il giudice dovrà dare una risposta è: ha il sig. Gifford subito personalmente un danno dalla condotta tenuta dall’USGBC?
A nostro avviso, ed in considerazione dei fatti riportati nell’atto introduttivo del giudizio, difficilmente questi potrà dimostrare di aver subito un danno diretto/indiretto dall’azione dell’USGBC, non essendo il sig. Gifford un LEED AP e non essendo, da quanto ci risulta, quest’ultimo proprietario di alcun immobile certificato LEED.
Primo motivo di contestazione
Con il primo motivo, gli attori contestano all’USGBC di aver assunto illecitamente una posizione monopolistica con strumenti illeciti. D’altra parte, affinché, ai sensi della normativa statunitense, si possa configurare una posizione di monopolio, l’attore dovrà dimostrare: (1) che l’USGBC ha acquisito un monopolio nel proprio mercato di riferimento; (2) che tale monopolio è stato intenzionalmente acquisito e mantenuto, e non può essere in alcun modo imputato alla qualità del prodotto, alle capacità professionali di chi lo offriva ovvero alle circostanze storiche contingenti[1].
Dall’atto di citazione, tuttavia, non appare chiaro in quale mercato di beni o servizi, esattamente, l’USGBC abbia assunto una posizione di monopolio.
In termini generali, si definisce il monopolio una forma di mercato in cui un unico soggetto offre un prodotto o un servizio per il quale non esistono sostituti stretti (monopolio naturale) ovvero opera in un ambito protetto (monopolio legale, protetto da barriere giuridiche). Il potere di mercato di un’impresa monopolista si manifesta, poi, nella capacità di influenzare il processo di determinazione del prezzo e di usare il prezzo per impedire l’ingresso di nuovi operatori concorrenti.
Posta questa premessa di ordine generale, assume cruciale rilevanza stabilire quale sia il mercato a cui fa riferimento il Sig. Gifford. Se il mercato al quale si allude è quello della valutazione di sostenibilità degli edifici, pur essendo innegabile che il protocollo LEED si il sistema di valutazione più diffuso negli U.S.A. (e nel mondo), è altrettanto vero che altri standard si sono affermati con successo nel mercato immobiliare americano, come ad esempio nel caso di BREEAM, Green Globes, Energy Star e dell’International Green Construction Code.
Analogamente, se il mercato di riferimento è quello della valutazione energetica, non si può ignorare che, sempre negli Stati Uniti, il codice ASHRAE sia riconosciuto a livello globale ed ha una diffusione prevalente rispetto allo stesso LEED.
Non si può poi dimenticare che, anche laddove Mr. Gifford riuscisse a dimostrare che il protocollo LEED ha imposto fraudolentemente la propria posizione di monopolio, questi dovrà ancora fornire l’ardua prova che tale condotta è stata posta in essere in maniera dolosa, al fine di estromettere altri soggetti dallo stesso mercato.
[1] Articolo 2 dello Sherman Act, 26 Stat. 209 (come modificato), 15 U.S.C. §2, ai sensi del quale si avrà una situazione di monopolio laddove l’attore dimostri: “(1) the possession of monopoly power in the relevant market and (2) the willful acquisition or maintenance of that power as distinguished from growth or development as a consequence of a superior product, business acumen, or historic accident” (United States vs. Grinnell Corp. 384 U.S. 563

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